Parco Nazionale dei Monti Sibillini

COMUNICATO STAMPA (29 novembre 2002)

Ufficio Stampa del Parco Nazionale dei Monti Sibillini

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Il camoscio appenninico tornerà a vivere nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha avviato, in collaborazione con i Parchi Nazionali del Gran Sasso-Monti della Laga e della Maiella, il Corpo Forestale dello Stato e con la partecipazione di Legambiente le prime azioni previste nell’ambito di un nuovo progetto Life per la conservazione del camoscio appenninico, approvato e cofinanziato dall’Unione Europea, che rappresenta, tra l’altro, un’importante passo in avanti verso la reintroduzione di questo splendido animale nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Il camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata), infatti, non solo è considerato il "camoscio più bello del mondo", ma rappresenta anche uno degli animali più rari e preziosi a livello europeo, tanto da essere classificato come sottospecie "in pericolo di estinzione" nella lista rossa dei mammiferi redatta nel 1996 dall’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). L’importanza conservazionistica di questo animale è pienamente giustificata se si pensa che nel 1915 ne rimaneva un unico branco superstite composto da appena una trentina di capi, in località Costa Camosciara, nell’alta Marsica (una riserva di caccia del re d’Italia), che veniva salvato dalla sicura estinzione grazie all’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, nato nel 1922 proprio per proteggere questi ultimi esemplari.

Se si esclude la popolazione sopravvissuta nel Parco Nazionale d’Abruzzo, le uniche informazioni disponibili sulla presenza del camoscio appenninico si riferiscono al massiccio del Gran Sasso, dove l’ultimo esemplare sarebbe stato abbattuto nel 1892, e ai Monti Sibillini in cui oltre alla recente scoperta di reperti sub-fossili risalenti a circa 10.000 anni fa, attribuibili a questa sottospecie, vi sono citazioni storiche indicanti la presenza di "capri selvatici" che, se riferite al camoscio, ne farebbero supporre la sopravvivenza almeno fino al 1500. Si ipotizza però che il camoscio appenninico occupasse un areale ben più vasto, comprendente anche massicci come la Maiella, il Velino-Sirente, il Matese, il Terminillo e i Simbruini.

Con tutta probabilità, col passare del tempo, queste popolazioni rimasero tra loro isolate e durante il periodo storico furono sottoposte a una pesante azione di sterminio da parte dell’uomo sia in modo diretto, tramite la caccia, che indiretto, mediante lo sfruttamento del territorio e la concorrenza con il bestiame, tanto da portare la sottospecie alle soglie dell’estinzione agli inizi del 1900.

Superato un secondo drammatico calo avvenuto durante la seconda guerra mondiale, il suo numero è andato progressivamente aumentando, anche per una più oculata gestione attuata dal 1969, fino a raggiungere negli anni ’90 una consistenza stimata intorno a 500 esemplari allo stato libero.

La presenza però di un’unica popolazione, assestata in un’area di esigue dimensioni e soprattutto poco diversificata da un punto di vista genetico, a causa della prolungata permanenza a bassa densità, esponeva ancora questa sottospecie al rischio di estinzione in caso di drastici cambiamenti ambientali o eventi epidemici. Per far fronte a questa situazione e cercare di creare nuovi nuclei stabili e ben differenziati geograficamente che possano così garantire la conservazione del camoscio appenninico sul lungo periodo, il Parco Nazionale d’Abruzzo, in collaborazione con WWF e CAI, realizzò operazioni di introduzione con fini di conservazione, a partire dal 1991, nei Parchi Nazionali della Maiella e del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Grazie a tali interventi, realizzati anche con il contributo dell’Unione Europea, in queste due aree protette sono attualmente presenti diversi nuclei di camoscio che formano due distinte popolazioni ciascuna composta da oltre 100 esemplari.

Ma per allontanare efficacemente il rischio di estinzione è ora necessario "rafforzare" i nuovi nuclei e riuscire a realizzare analoghe operazioni di reintroduzione su altri territori dell’Appennino, tra i quali, in maniera prioritaria, nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini dove a tal fine è già stato realizzato uno studio di fattibilità nell’ambito di un progetto Life del WWF. Da tale studio risulta che l’intero gruppo dei Sibillini, per la presenza di ambienti rupestri ed estese praterie d’altitudine, è potenzialmente idoneo per l’insediamento e lo sviluppo di una consistente popolazione di camoscio appenninico. La necessità di costituire un nuovo nucleo di camoscio nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini è tra l’altro sottolineata dal Piano d’azione per il camoscio appenninico, approvato dal Ministero dell’Ambiente.

Il progetto Life, pertanto, oltre ai rapporti positivi instaurati con il Parco Nazionale d’Abruzzo, la cui collaborazione è necessaria per realizzare con successo l’operazione, fanno ben sperare di rivedere presto balzare, anche tra le rupi dei Monti Sibillini, il "camoscio più bello del mondo".