Parco Nazionale dei Monti Sibillini

COMUNICATO STAMPA (10 gennaio 2003)

Ufficio Stampa del Parco Nazionale dei Monti Sibillini

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Il Parco e la questione dell’Acquedotto del Nera

In riferimento a recenti interventi apparsi sui giornali in ordine alla captazione della sorgente S. Chiodo a Castelsantangelo sul Nera da parte del Consorzio dell’Acquedotto del Nera il Parco Nazionale dei Monti Sibillini ritiene necessarie alcune precisazioni.

1. Nel 1986 il Consorzio dell’Acquedotto del Nera aveva ottenuto dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici l’autorizzazione provvisoria alla captazione della sorgente S. Chiodo per una portata di 550 litri/sec.

Nell’ottobre 1993 è stato istituito ed è diventato immediatamente operativo l’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Nel 1994 il Consorzio chiede all’Ente Parco il nulla-osta alla realizzazione di due gallerie per il passaggio dell’acquedotto nel territorio del Parco e, successivamente (nel 1995), dichiara di assumere piena consapevolezza che l’Ente Parco è autonomo nel decidere se e quanta acqua autorizzare per la captazione. Il nulla-osta viene concesso nel 1997, previa approfondita analisi della fattibilità e pericolosità dell’apertura delle due gallerie.

Solo nel 1998 il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Ancona chiede all’Ente Parco il rilascio del nulla-osta per la derivazione dell’acqua, sulla base della richiesta avanzata dal Consorzio dell’Acquedotto del Nera.

Nel 1999 l’Ente Parco concede il nulla-osta per il prelievo alla sorgente S. Chiodo di una portata massima di 150 l/s.

2. La portata di 150 l/s è stata indicata sulla base di approfonditi studi effettuati dai consulenti incaricati dal Parco per definire le acque sorgive, fluenti e sotterranee che non possono essere captate ai fini della conservazione degli ecosistemi nell’alto bacino del Nera e dunque anche per individuare il "deflusso minimo vitale", cioè la portata minima in grado di garantire la conservazione dell’ecosistema di un dato corso d’acqua, il quale deve essere valutato, per ovvie ragioni, tenendo conto soprattutto delle portate durante i periodi di magra.

Dagli studi è emerso che le portate per la sorgente S. Chiodo durante il periodo di magra corrispondono a valori variabili tra 500 e 700 l/s. Una concessione di 550 l/s, come richiesto dal Consorzio, potrebbe pertanto superare addirittura l’intera portata della sorgente durante il periodo di magra. Gli studi hanno inoltre evidenziato lo stato di degrado del tratto di fiume Nera a valle della sorgente, intensamente sfruttato per attività di troticoltura e per la produzione di energia idroelettrica, che risulterebbe notevolmente aggravato da un ulteriore consistente prelievo di acqua.

Sulla base di tali studi il Parco ha stabilito che il prelievo alla sorgente, al fine di mantenere il deflusso minimo vitale, non può superare una portata di 150 l/s, ferma comunque restando la necessità di migliorare le condizioni nel restante tratto di asta fluviale intensamente sfruttato. Si tenga conto che il superamento di tale livello comporterebbe, oltre ai gravi danni all’ecosistema, danni altrettanto gravi alle attività economiche attualmente in corso.

Nella consapevolezza però che l’acqua dei Sibillini rappresenta un bene fondamentale per tutti, e perciò anche per le popolazioni dei Comuni esterni al territorio montano, gli studi del Parco indicano la l’esistenza di alcune possibili fonti alternative, lungo il tracciato dell’acquedotto, che potrebbero integrarne la portata e soddisfarne le esigenze del Consorzio. Si tratta dunque di verificare, con ulteriori studi, tale possibilità e procedere di conseguenza.

3. Ciò detto si deve osservare che l’Ente Parco è intervenuto sulla questione in base a una precisa legislazione nazionale che non può essere superata dalle Regioni: la L. 394/91 (legge quadro sulle aree protette) vieta "la modificazione del regime delle acque" e pertanto attribuisce all’Ente Parco il compito di far rispettare tale divieto; la L. n.36/94 ("legge Galli") prevede che gli Enti Parco debbano individuare le "acque che non possono essere captate"; la L. n. 136/99 (legge sull’edilizia pubblica e le opere a carattere ambientale) prevede che debbano essere modificate le quantità di rilascio d’acqua già concesse qualora gli Enti Parco riconoscano l’esistenza di "alterazioni degli equilibri biologici dei corsi d’acqua oggetto di captazione".

4. Si tenga infine presente che la tutela della risorsa idrica, quale bene primario necessario non solo al buon funzionamento degli ecosistemi, ma anche alla vita dei cittadini, costituisce una delle finalità prioritarie delle aree protette, soprattutto di quelle che comprendono ambienti montani. La montagna, infatti, rappresenta il principale "serbatoio" naturale in cui si raccoglie e si conserva l’acqua qualitativamente migliore.

Le acque dei Monti Sibillini, tuttavia, hanno già subìto in passato uno sfruttamento spesso eccessivo o irrazionale che ne ha provocato un generale depauperamento della qualità e della quantità. Oltre all’utilizzo per scopi idropotabili - basti pensare che gran parte delle sorgenti risultano captate e convogliate, almeno in parte, negli acquedotti - l’acqua dei Monti Sibillini viene tuttora utilizzata per la produzione di energia idroelettrica attraverso opere di sbarramento e di derivazione, di piccole, medie e grandi dimensioni, dislocate lungo la maggior parte dei corsi d’acqua. Altre attività, come ad esempio l’allevamento intensivo di trote, hanno localmente causato problemi di inquinamento dei corsi d’acqua, che risultano accentuati nelle situazioni di magra per cause naturali o artificiali.

Gli interventi di sfruttamento diretto hanno spesso causato danni ambientali irreversibili, come la definitiva scomparsa di laghetti e ambienti umidi montani di grande interesse (es. a Capotenna e a Foce di Montemonaco); mentre la compartecipazione di altri fattori, in particolare quelli inquinanti, ha provocato fenomeni di fioritura algale (lago del Fiastrone) con gravi conseguenze anche di tipo sanitario ed economico. Il degrado degli ecosistemi acquatici ha inoltre certamente contribuito, come in gran parte d’Italia, alla scomparsa o alla rarefazione di diverse specie animali, come la lontra, il merlo acquaiolo e il gambero di fiume.

Un quadro piuttosto preoccupante sullo stato della risorsa idrica nei Monti Sibillini emerge anche dagli studi appositamente condotti dal Parco e in particolare quelli per la predisposizione del Piano di gestione delle acque e della Carta ittica, mentre gli studi sul clima, che indicano una tendenza all’aumento delle temperature medie e alla diminuzione delle precipitazioni negli ultimi decenni e che sembrano essere confermati da alcune osservazioni sulla diminuzione della portata di alcune sorgenti, non inducono all’ottimismo.

Da tale scenario, che peraltro rappresenta uno dei principali problemi a livello globale, discende che il fabbisogno di acqua non potrà essere soddisfatto soltanto continuando a prelevare acqua dalle montagne, ma anche attraverso un notevole impegno per la razionalizzazione dei consumi, il risparmio idrico e il risanamento degli acquedotti esistenti che presentano quasi tutti perdite rilevanti (e certo non fa eccezione la rete acquedottistica del territorio che dovrà essere servito dal nuovo Acquedotto del Nera).