Editoriale



Il valore del Bosco e della Natura ritrovata

[Segue dalla prima]
Come è noto, dal secondo dopoguerra, l'esodo verso le città e l'abbandono di pascoli e coltivi, soprattutto in montagna, ha avviato un processo di rinaturalizzazione spontanea con espansione del bosco attraverso gli stadi pionieri dominati da piante arbustive come il Ginepro e la Rosa canina. Un fenomeno che non di rado viene considerato negativo in quanto contrario a un ideale modello di gestione del territorio, di un non ben definito passato, basato su un intenso e capillare utilizzo.
Un'analisi critica delle vicende del passato può però aiutarci a fornire un giudizio più obiettivo e libero dai luoghi comuni.
Innanzitutto bisognerebbe identificare l'epoca in cui sarebbero vissuti questi nostri antenati particolarmente virtuosi nella tutela ambientale. Epoca romana? Medioevo o Rinascimento? Oppure ci riferiamo agli ultimi 100 anni? Ecco che ci siamo subito imbattuti nella prima difficoltà: quella di non essere in grado di prendere a “modello” un preciso periodo storico. Ogni epoca, infatti, è stata caratterizzata da mutamenti sociali ed economici così profondi che hanno avuto effetti molto diversificati sul territorio e l'ambiente; e questi effetti sono stati molto diversi, per ogni epoca, anche in relazione ai diversi contesti locali. Possiamo quindi individuare solo alcune situazioni che, limitatamente nel tempo e nello spazio, giudichiamo come “buone pratiche”. Così, ad esempio, nel paesaggio rurale umbro-marchigiano tradizionale, dovremmo prendere a modello la cura che, in mancanza di mezzi meccanici e prodotti chimici, gli agricoltori ponevano nella gestione e manutenzione del territorio, mediante la sistemazione di opere, quali canali di scolo, muretti a secco e siepi, che limitavano l'erosione del suolo e, allo stesso tempo, costituivano habitat per molte specie di uccelli e per la fauna cosiddetta “minore”, comprendente i rettili e gli anfibi. Oppure prendiamo le Marcite di Norcia come ottimo esempio di utilizzo economico di prati umidi, forse risalenti al VI sec. d.c., da parte dei monaci benedettini.
Ma il passato ci fornisce anche innumerevoli esempi di errori che hanno prodotto, anche sui Sibillini, profondi squilibri ecologici e una consistente perdita di biodiversità e scaturiti, non di rado, in veri e propri disastri anche con perdita di vite umane. Quasi tutte le specie di grande fauna, da sempre presenti sui Sibillini, come Cervo, Cinghiale, Capriolo, Orso bruno e Lince, oltre agli Avvoltoi, si sono estinte a causa delle attività umane nel volgere di un breve periodo, tra il XVII e il XIX secolo; il Camoscio appenninico si era probabilmente estinto prima, mentre la Lontra è scomparsa negli anni '70 del secolo scorso. Ma lo sfruttamento eccessivo del territorio e la deforestazione hanno indotto anche gravi fenomeni di dissesto idrogeologico. Già nel 1697, gli abitanti di Calcara di Ussita presentarono ai magistrati una petizione per ottenere una riserva bandita per i bestiami, poiché la montagna di Val di Bove da loro posseduta e goduta in comune "è assai scolpita e precipitosa che in tempi di naufraggi li portano grave pericolo di precipitare e perché li tempi passati ci aveva buona comodità di macchie e paschi e dove li bestiami si potevano refrigerare ma adesso non si puole coprire ne meno una lepre da tanti tagliamenti che si fa dei particolari".
L'agronomo Valeriani, nel 1812 scrive: "Ho io veduto in Montemonaco ottimi pascoli naturali, che avevano circa tre decimetri di superficie con buon terriccio: furono dissodati e seminati a grano: dopo pochi anni la terra discese nei fondi, ed il terreno è rimasto sassoso, nudo scoperto, inetto a tutto". Nel 1889 Gianbattista Miliani, allora Ministro dell'agricoltura, scriveva a proposito dei Monti della Sibilla: "Quando un tempo verrà, per cui questo in cui viviamo sarà remoto di secoli, i monti riavranno le loro chiome, e i posteri lontani parleranno della distruzione di boschi, operata nell'epoca nostra, come di una colpa più grave di quella che ora noi facciamo a chi sotterrò o distrusse i capolavori dell'arte antica".
Non è un caso, quindi, che diverse alluvioni si sono succedute tra la seconda metà dell'800 e la prima metà del '900, come quella che nel 1858 depositò a Visso circa un metro e mezzo di sedimenti; negli anni '30 rovinose valanghe si sono invece abbattute su diversi centri abitati, come a Bolognola nel 1930 e nel 1934, causando 38 morti, a Rubbiano nel 1933, con 8 morti, e a Casale di Montegallo nel 1934, con altri 8 morti.
Il ritorno del bosco sui Sibillini e, con esso, della Natura originaria, va dunque considerato come un aspetto molto positivo dell'evoluzione recente di questo territorio; il bosco sta ricostituendo i naturali processi idrogeologici e ha consentito il ritorno della grande fauna estinta in tempi recenti, come il Cervo, il Cinghiale e il Capriolo, e ha salvato dall’estinzione carnivori come il Lupo e il Gatto selvatico. Ma il ritorno del bosco sta assumendo anche un ruolo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici in ragione dell'assorbimento di anidride carbonica. Anche il Ministro dell'Ambiente Clini, riferendosi ai dati dell'Inventario Nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio (INFC) del Corpo forestale dello Stato, presentati a Roma il 19 aprile 2012, ha dichiarato "L'aumento della superficie forestale nel nostro paese è molto importante dal punto di vista della salvaguardia ambientale e della tutela del clima".
E non vanno dimenticate, infine, le straordinarie potenzialità per lo sviluppo economico e sociale del territorio offerte dalla naturalità e dalla selvaticità, elementi essenziali per richiamare turismo di qualità. La Natura ritrovata, insomma, offre ora l'opportunità di stabilire un vero equilibrio tra le attività economiche tradizionali, in primo luogo l'agricoltura e la pastorizia - anche al fine del mantenimento degli habitat secondari di interesse comunitario - e il recupero dei naturali processi ecologici, dei boschi maturi e di quella fauna originaria che dalla notte dei tempi rappresenta lo spirito selvaggio dei Monti Sibillini.

Alessandro Rossetti