Per millenni i grandi carnivori hanno occupato il vertice degli ecosistemi dell'Appennino. La loro presenza racconta la storia delle montagne più di quanto possa fare qualsiasi fotografia: indica la disponibilità di prede, l'estensione degli ambienti naturali e la continuità dei boschi e delle aree selvagge.

Nei Monti Sibillini questa storia ha conosciuto estinzioni, ritorni e nuove possibilità. Il protagonista assoluto è il lupo appenninico, presente stabilmente sul massiccio e tornato a occupare gran parte del suo antico territorio dopo essere arrivato vicino all'estinzione in Italia. Accanto al lupo, l'orso bruno marsicano compare occasionalmente con individui in dispersione provenienti dall'Appennino centrale. E poi c'è la lince eurasiatica, il grande enigma: un animale che apparteneva alla fauna storica dei Sibillini, ma la cui eventuale sopravvivenza nell'Appennino non è mai stata dimostrata in modo definitivo.

foto di un lupo appeninico intento ad abbeverarsi

Il lupo: una presenza antica

Il lupo appenninico (Canis lupus italicus) non è arrivato nei Sibillini con l'istituzione del Parco. È una presenza molto più antica, profondamente legata alla storia naturale e culturale di queste montagne.

Per secoli il lupo ha condiviso il territorio con le comunità pastorali, entrando inevitabilmente in conflitto con l'allevamento. La persecuzione diretta, il progressivo impoverimento delle popolazioni di ungulati selvatici e la trasformazione degli ambienti naturali portarono, tra XIX e XX secolo, a una drastica riduzione della specie in gran parte dell'Appennino.

La situazione è cambiata nella seconda metà del Novecento. La protezione legale del lupo, l'abbandono di molte aree agricole marginali, l'aumento delle popolazioni di cinghiale, capriolo e cervo e la maggiore disponibilità di habitat hanno favorito una progressiva espansione della specie.

Nei Sibillini il lupo è oggi presente nella maggior parte del territorio interno del Parco. È un animale estremamente elusivo e prevalentemente crepuscolare e notturno: per questo è molto più facile incontrarne le tracce che osservarlo direttamente. Il Parco stesso sottolinea come gli avvistamenti siano difficili e del tutto occasionali, mentre in inverno le impronte sulla neve possono essere frequenti.

Le attività di monitoraggio hanno permesso di documentare la presenza di diversi nuclei familiari e di seguire nel tempo l'evoluzione della popolazione. Una stima pubblicata dal Parco ha indicato una consistenza di circa 51-63 individui, mentre monitoraggi più recenti hanno evidenziato una presenza dell'ordine di alcune decine di lupi nell'area protetta.

foto di una coppia di lupi

Il lupo e il paesaggio dei Sibillini

Il lupo è un predatore opportunista, capace di utilizzare una grande varietà di ambienti. Nei Sibillini trova nelle popolazioni di cinghiale, capriolo e cervo le principali risorse alimentari, ma può predare anche piccoli mammiferi e altri animali.

La sua presenza non significa soltanto che esiste un grande predatore. Significa che esiste una rete ecologica sufficientemente complessa da sostenerlo.

Il territorio di un branco può comprendere decine o centinaia di chilometri quadrati. I lupi si muovono quindi attraverso un paesaggio molto più ampio dei confini del Parco, utilizzando boschi, praterie, valloni e aree agricole come parti di un unico territorio ecologico.

Per questo la conservazione del lupo non può limitarsi alle aree protette: richiede corridoi ecologici, continuità degli habitat e una convivenza possibile con le attività umane.

foto di un orso da lontano

L'orso che arriva da lontano

Se il lupo è un abitante stabile dei Sibillini, l'orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus) rappresenta una presenza molto diversa.

L'Appennino centrale ospita una popolazione di orso bruno geneticamente e geograficamente distinta, concentrata principalmente nelle aree dell'Appennino abruzzese e molisano. I giovani maschi, in particolare, possono percorrere grandi distanze durante la fase di dispersione alla ricerca di nuovi territori.

È così che, occasionalmente, alcuni orsi raggiungono i Monti Sibillini.

La presenza dell'orso nel Parco non è quindi un fenomeno nuovo. La documentazione del Parco ricorda un individuo maschio monitorato tra il 2006 e il 2010, mentre negli anni successivi sono state nuovamente raccolte testimonianze e prove della presenza della specie.

Nel 2021 un esemplare adulto è stato osservato e filmato all'interno del Parco; nel 2022 la presenza di almeno un orso è stata nuovamente accertata attraverso segni biologici e danni ad alcuni apiari. Le fototrappole dei Carabinieri Forestali hanno inoltre documentato un individuo nel territorio di Valfornace.

Le indagini più recenti confermano però il carattere occasionale della presenza: nella relazione sulla performance del Parco relativa al 2024 sono riportati 16 segni attribuibili all'orso, dei quali 3 classificati come certi e 13 non confermati.

L'orso, dunque, non costituisce oggi una popolazione residente nei Sibillini. Le montagne del Parco rappresentano però un territorio potenzialmente importante per l'espansione futura della specie, come riconosciuto anche dal Piano d'Azione per la Tutela dell'Orso Marsicano (PATOM).

Il ritorno dell'orso sarebbe un evento di grande valore naturalistico, ma richiederebbe anche una gestione attenta del rapporto con l'allevamento, l'agricoltura e l'apicoltura. La conservazione dei grandi carnivori è infatti inseparabile dalla costruzione di una convivenza consapevole.

La lince: il grande mistero dell'Appennino

E poi c'è lei: la lince eurasiatica (Lynx lynx).

Il felino più enigmatico delle montagne italiane è un animale solitario, territoriale e straordinariamente difficile da osservare. Vive soprattutto in ambienti forestali e si muove prevalentemente nelle ore crepuscolari e notturne. La sua dieta comprende soprattutto ungulati di piccola e media taglia, lepri e altri mammiferi.

La lince apparteneva un tempo alla fauna italiana, ma è considerata estinta nella maggior parte della penisola. Oggi la presenza stabile in Italia è legata soprattutto alle Alpi orientali, dove la specie è stata oggetto anche di programmi di reintroduzione e di espansione naturale. La sua eventuale presenza sull'Appennino rimane invece controversa.

E nei Sibillini?

Qui comincia il mistero.

Il Parco ha raccolto nel corso degli anni segnalazioni attribuite alla lince, comprendenti osservazioni dirette e diversi tipi di indizi. Già negli anni Novanta la documentazione ufficiale del Parco parlava di segni di presenza sporadici, considerati di interesse conservazionistico.

Ma una segnalazione, anche quando appare convincente, non è sufficiente per dimostrare l'esistenza di una popolazione.

La lince è infatti una specie che si presta facilmente a identificazioni errate: un gatto selvatico visto fugacemente, un grosso felino osservato in condizioni di scarsa luce o un'impronta non ben documentata possono alimentare racconti e convinzioni difficili da verificare.

Per questo oggi la domanda scientificamente corretta non è semplicemente "la lince c'è o non c'è?", ma:

esistono prove sufficientemente solide da dimostrare che una lince vive stabilmente nei Sibillini?

Al momento, le conoscenze disponibili non consentono di affermarlo.

Ed è proprio qui che la ricerca naturalistica diventa affascinante. Le moderne tecniche di monitoraggio - fototrappolaggio, raccolta di peli e altri campioni biologici, analisi genetiche e ricerca sistematica delle tracce - permettono di cercare anche animali che raramente entrano in contatto con l'uomo.

Il Parco ha una lunga esperienza nell'impiego di fototrappole per il monitoraggio dei mammiferi elusivi, compresi lupo e orso.

Eppure, fino a oggi, nessuna documentazione recente e inequivocabile ha dimostrato l'esistenza di una popolazione di lince nei Sibillini.

Questo non significa che ogni segnalazione debba essere liquidata come impossibile. Significa piuttosto che, per una specie così rara e difficile da riconoscere, la prudenza scientifica è indispensabile.

Una porta ancora aperta

La storia dei grandi carnivori dei Sibillini insegna che la natura non è immobile.

Il lupo, che sembrava destinato a scomparire, è tornato a essere una presenza stabile. L'orso, un tempo scomparso dalla maggior parte dell'Appennino centrale, continua a esplorare nuovi territori attraverso individui in dispersione. Il camoscio appenninico è stato reintrodotto con successo. Altre specie, invece, sono scomparse e forse non torneranno.

La lince rimane una domanda aperta.

Potrebbe essere soltanto un ricordo della fauna storica dei Sibillini, sopravvissuto nella memoria e nelle segnalazioni occasionali. Oppure, almeno in teoria, qualche individuo potrebbe attraversare ancora oggi questi boschi senza essere mai fotografato né osservato in modo certo.

La risposta non può essere affidata al mito, ma soltanto alla ricerca.

Forse è proprio questo il modo migliore per concludere un viaggio nella biodiversità dei Monti Sibillini: non con una certezza, ma con una domanda.

Quali animali vivono ancora, invisibili, nelle nostre montagne?

Il futuro della conservazione passerà anche dalla capacità di ascoltare queste domande, cercare le risposte e lasciare alla natura lo spazio necessario per sorprendere ancora una volta.

 

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