Il cinghiale (Sus scrofa) è uno degli animali più adattabili della fauna europea. Onnivoro, mobile, dotato di una notevole capacità riproduttiva e capace di utilizzare ambienti molto diversi, può vivere nei boschi, nelle praterie, nelle aree agricole e persino nelle zone più vicine agli insediamenti umani.
La sua presenza nei Monti Sibillini ha però una storia relativamente recente. La specie si era estinta localmente già prima della fine del XVII secolo; il ritorno è avvenuto soprattutto a partire dagli anni Settanta del Novecento, in seguito a ripopolamenti effettuati per finalità venatorie. La popolazione si è rapidamente espansa, raggiungendo livelli elevati già nella metà degli anni Ottanta. Quando il Parco Nazionale è stato istituito, nel 1993, la gestione del cinghiale rappresentava quindi già una delle principali questioni faunistiche e sociali del territorio.
Oggi il cinghiale è ampiamente distribuito nel Parco, soprattutto nelle aree collinari e periferiche dove si concentrano anche le attività agricole. La superficie ritenuta vocata alla specie è stata stimata in circa 502 km². La consistenza della popolazione viene monitorata con metodologie progressivamente affinate: dal 2022 il Parco utilizza una stima basata su osservazioni da punti fissi distribuiti nelle diverse fasce di vocazionalità ambientale. Nel marzo 2025 la stima era di 1.180 individui.
Una specie con un ruolo nell'ecosistema
Il cinghiale non è semplicemente una specie "problematica". È un elemento naturale della rete ecologica dei Sibillini e svolge importanti funzioni nell'ecosistema.
Con la sua attività di ricerca del cibo, il cosiddetto rooting, smuove il terreno e modifica localmente la lettiera e la vegetazione. Il comportamento onnivoro lo porta inoltre a utilizzare una grande varietà di risorse vegetali e animali.
Soprattutto, il cinghiale rappresenta una delle principali prede del lupo appenninico, contribuendo in maniera significativa al sostentamento del principale grande predatore del Parco. La sua presenza deve quindi essere considerata anche nella prospettiva della conservazione del lupo e dell'intera rete alimentare.
Proprio per questo la gestione non ha come obiettivo la semplice eliminazione della specie, ma il mantenimento di una popolazione compatibile con gli equilibri ecologici e con la conservazione delle attività agro-silvo-pastorali tradizionali. È un equilibrio complesso, che richiede conoscenza scientifica e interventi continuamente verificati.
Quando il rooting diventa un problema
La stessa attività che può avere una funzione ecologica diventa problematica quando raggiunge livelli elevati.
Il cinghiale scava il terreno alla ricerca di radici, bulbi, tuberi, larve e altri invertebrati. Nei campi coltivati può distruggere in poche ore porzioni significative di una coltura; nelle praterie può danneggiare il cotico erboso e favorire fenomeni di erosione. L'impatto può interessare anche habitat e specie di interesse conservazionistico: le attività di scavo possono danneggiare specie floristiche come le orchidee e, negli ambienti aperti, possono provocare la distruzione di uova e nidiate di uccelli che nidificano a terra.
Il problema non è soltanto il valore economico della coltura perduta. Nei Sibillini l'agricoltura tradizionale contribuisce a mantenere un particolare mosaico di campi, prati e pascoli che costituisce esso stesso un habitat ricco di biodiversità. Un danno ripetuto può contribuire all'abbandono delle attività agricole, favorendo la trasformazione degli agroecosistemi e la progressiva chiusura delle aree aperte.
I danni all'agricoltura: una lunga serie di dati
Il Parco registra sistematicamente le richieste di indennizzo presentate dalle aziende agricole. Le denunce vengono raccolte dal Reparto Carabinieri "Parco", informatizzate e successivamente analizzate dal gruppo tecnico-scientifico. Ogni danno viene localizzato geograficamente e valutato considerando il numero delle denunce, la superficie interessata e l'importo dell'indennizzo.
La serie storica mostra quanto il fenomeno possa essere variabile. Tra il 2004 e il 2024 gli indennizzi per danni alle colture sono passati da 111.000 euro nel 2004 a 288.200 euro nel 2014, il valore massimo della serie storica disponibile; nel 2019 erano scesi a 111.039 euro e nel 2024 a 107.929 euro. Nel 2023, nonostante una superficie danneggiata particolarmente ampia, l'indennizzo è stato di 147.818 euro.
Questi numeri mostrano anche un aspetto importante: l'entità del danno economico non dipende semplicemente dal numero di cinghiali presenti. Incidono la tipologia delle colture, la loro produttività annuale, il valore dei prodotti, le modalità di richiesta degli indennizzi e le modifiche dei criteri di rimborso. Particolarmente importanti sono le foraggere e i prato-pascoli, ma anche produzioni di pregio come la lenticchia di Castelluccio, la roveja e le castagne.
Per questo il monitoraggio dei danni non serve soltanto a calcolare quanto il Parco deve rimborsare agli agricoltori: è anche uno strumento per individuare le aree più critiche e orientare gli interventi di gestione.
Trent'anni di ricerca e gestione
La gestione del cinghiale nei Sibillini rappresenta una delle esperienze più lunghe e articolate di gestione faunistica all'interno di un Parco Nazionale italiano.
Le prime attività di ricerca iniziarono già nel 1994. Gli zoologi dell'Università degli Studi di Perugia, coordinati dal professor Bernardino Ragni, studiarono la consistenza della popolazione, la sua struttura, la dinamica riproduttiva, l'uso dello spazio e dell'habitat, la morfologia degli animali e persino l'eventuale ibridazione con il maiale domestico. Alcuni esemplari furono dotati di radiocollare per studiarne gli spostamenti dentro e fuori il territorio protetto.
Nel 1998 prese avvio il primo Piano quinquennale di gestione del cinghiale e di monitoraggio dell'orso bruno e della lince eurasiatica, realizzato in collaborazione con l'Università di Perugia. Da allora la gestione è proseguita attraverso una successione di piani pluriennali, ciascuno costruito sui risultati e sulle esperienze del precedente: 1998-2003, 2005-2007, 2008-2011, 2012-2015, 2016-2020, 2021-2025 e, oggi, il nuovo Piano 2025-2029.
Non si tratta quindi di un'attività basata su impressioni o su semplici conteggi. In oltre trent'anni sono stati raccolti dati sulla distribuzione, sulla struttura della popolazione, sulla riproduzione, sui danni agricoli, sull'uso dell'habitat e sugli effetti del rooting sulla vegetazione. I risultati sono stati progressivamente incorporati nei successivi strumenti di gestione.
Dal controllo alla gestione adattativa
Il principio alla base di questa esperienza è quello della gestione adattativa: si interviene, si misurano i risultati e, sulla base delle nuove conoscenze, si modifica il piano successivo.
Anche le tecniche di monitoraggio sono cambiate nel tempo. Dai primi censimenti condotti in aree campione si è passati a sistemi estesi all'intero territorio vocato alla specie, utilizzando una rete di punti fissi e procedure statistiche sempre più raffinate. Il Parco ha inoltre sviluppato il SIPreS, Sistema Informatizzato del Prelievo Selettivo, che consente di programmare le uscite, assegnare i capi, registrare gli abbattimenti e controllare in tempo reale lo svolgimento delle operazioni.
Questa lunga serie di dati ha permesso di comprendere anche quanto sia dinamica la popolazione. Tra il 2022 e il 2025 le stime sono state rispettivamente di 1.789, 1.137, 1.687 e 1.180 individui: oscillazioni considerevoli, legate alla disponibilità di risorse alimentari, alle condizioni ambientali e anche agli spostamenti degli animali tra il Parco e le aree circostanti.
Il prelievo selettivo
Uno degli strumenti principali utilizzati dal Parco è il prelievo selettivo, effettuato secondo piani annuali e con criteri tecnici definiti dagli zoologi e dall'Ente Parco.
Non si tratta di caccia ordinaria: all'interno del Parco l'attività venatoria è vietata e gli eventuali abbattimenti selettivi sono autorizzati esclusivamente nell'ambito dei piani di gestione, sotto la responsabilità dell'Ente e in presenza di squilibri ecologici accertati.
Dal 2004 al 2025 sono stati complessivamente rimossi 10.767 cinghiali, di cui 10.380 attraverso abbattimento selettivo e 387 mediante catture. La media è stata di circa 513 animali rimossi all'anno. Il massimo è stato raggiunto nel 2015-2016, con 1.068 capi complessivamente rimossi.
Il prelievo selettivo rappresenta quindi un'attività continuativa e tecnicamente complessa, nella quale ogni operatore deve rispettare procedure precise e registrare le proprie attività. L'efficacia viene valutata attraverso indicatori specifici, considerando non soltanto gli animali abbattuti, ma anche lo sforzo di ricerca, gli animali feriti o mancati e l'efficienza delle uscite.
I selecontrollori: una collaborazione con il territorio
Un elemento particolarmente significativo dell'esperienza dei Sibillini è il coinvolgimento diretto degli abitanti del territorio.
Gli operatori di selezione, comunemente chiamati selecontrollori, non sono semplicemente persone autorizzate a effettuare il prelievo: vengono formati dal Parco attraverso corsi teorici e pratici, devono superare prove di abilitazione e operano secondo regole precise.
Nel precedente Piano il Parco disponeva di 146 operatori, scelti tra cacciatori soprattutto residenti nel territorio del Parco. Nel Piano 2025-2029 gli operatori attivi erano 164 nel 2023, mentre circa 200 risultavano complessivamente formati e abilitati; il nuovo regolamento prevede inoltre la possibilità di intervento diretto da parte del personale dell'Ente Parco.
L'organizzazione è fortemente radicata nei piccoli Comuni del Parco. Gli operatori sono suddivisi in sette gruppi territoriali - Fiastra, Cessapalombo, Amandola, Visso, Arquata del Tronto, Preci e Norcia - ciascuno coordinato da un proprio rappresentante che collabora con il responsabile tecnico-scientifico, gli zoologi, il Reparto Carabinieri "Parco" e gli organi dell'Ente.
Questa collaborazione rappresenta un aspetto originale della gestione: la conservazione non viene realizzata soltanto dall'Ente Parco, ma attraverso una rete di competenze e responsabilità che coinvolge direttamente le comunità locali.
Prevenire prima di intervenire
Il controllo numerico non è l'unico strumento.
Il Parco sostiene anche la prevenzione dei danni, attraverso contributi per recinzioni elettrificate e altri sistemi di protezione delle colture. Nel 2020, ad esempio, furono messi a disposizione 40.000 euro per indennizzi e sistemi di prevenzione; negli anni successivi sono stati attivati ulteriori bandi per il cofinanziamento dei mezzi di protezione delle colture, compresi frutteti, castagneti e altri arboreti.
Nel periodo più recente circa una ventina di aziende hanno aderito ai bandi di prevenzione, ricevendo anche il supporto del gruppo tecnico-scientifico nella scelta dei materiali e delle soluzioni più adatte.
L'obiettivo è chiaro: dove è possibile, evitare il danno è meglio che doverlo risarcire.
Un equilibrio difficile, ma possibile
Il cinghiale dei Sibillini rappresenta quindi un caso emblematico della complessità della conservazione della natura.
Non è una specie da considerare semplicemente "buona" o "cattiva". È una componente naturale dell'ecosistema, una preda fondamentale del lupo e un animale capace di svolgere funzioni ecologiche importanti. Ma quando la sua abbondanza supera la capacità di sopportazione di determinati ambienti, può compromettere colture, praterie, habitat e attività economiche essenziali per la vita delle comunità locali.
Per questo la gestione deve tenere insieme esigenze apparentemente contrapposte: conservare la biodiversità, mantenere il lupo e le altre componenti della fauna, proteggere gli habitat e allo stesso tempo permettere alle famiglie qui residenti da generazioni di continuare a coltivare e allevare nei territori del Parco.
È un equilibrio che non può essere raggiunto una volta per tutte. Le popolazioni cambiano, cambiano il clima e la disponibilità di cibo, cambiano le attività agricole e cambiano le esigenze delle comunità.
Per questo, nei Monti Sibillini, la storia del cinghiale è anche la storia di una gestione che da oltre trent'anni osserva, studia, interviene e verifica.
Una gestione fatta di numeri e mappe, di zoologi e Carabinieri, di agricoltori e selecontrollori, di ricerca scientifica e conoscenza del territorio.
In definitiva, gestire il cinghiale non significa scegliere tra natura e uomo: significa trovare il punto di equilibrio che permetta a entrambi di continuare a vivere nei Sibillini.