Editoriale



Il valore del Bosco e della Natura ritrovata

E' necessario conservare la natura? Scarsità di acqua, mutamenti climatici, deforestazione, consumo di territorio, perdita di biodiversità, inquinamento e accumulo di rifiuti avanzano a ritmi più veloci delle soluzioni e delle buone intenzioni. In un'epoca in cui la crisi ambientale globale si sta sempre più manifestando con effetti drammatici anche sul sistema economico e sociale dei popoli della terra, la risposta a questa domanda sembra perciò scontata. Eppure, non è affatto scontata se ci si addentra sul significato di “conservazione” e di “natura” in realtà, come l'Italia, in cui l'ambiente naturale viene da millenni utilizzato e modificato dall'Uomo. Come afferma Ellemberg (1988) “non un singolo pezzo di vegetazione si è conservato nel suo stato naturale originario”. Non vi è dubbio, quindi, che in questo contesto assumono un certo valore, se non altro culturale, anche taluni ambienti “creati” dall'Uomo e di cui il Parco Nazionale dei Monti Sibillini ne conserva preziose testimonianze. Gli ambienti rurali tradizionali costituiscono “agro ecosistemi” comprendenti habitat importanti per specie faunistiche anche di interesse comunitario, come ad esempio il Succiacapre, l'Averla piccola, l’Albanella minore e la Starna. Le praterie secondarie, cioè quelle ricavate per il pascolo in territori in origine ricoperti da foreste, caratterizzano ampie porzioni dei Sibillini, creando paesaggi unici, come ai Prati di Ragnolo e ai Piani di Castelluccio con presenza di habitat tutelati a livello comunitario e di una flora peculiare; e poi sono il territorio di caccia per molti uccelli rapaci, tra i quali l'Aquila reale. Non c'è più posto dunque per la Natura selvaggia? Ed è giusto considerare dannoso qualsiasi processo di riconquista da parte del bosco dei territori un tempo utilizzati dall'uomo?